Mi permetto di precisare. Alice Elisabeth Weidel non vota a destra: è presidente del partito di estrema destra Alternative für Deutschland. Ora, per pietà tacendo che alcune fazioni interne dell'AfD abbiano tendenze razziste, islamofobe, antisemite, xenofobe e "identitarie", tant'è che sono state accusate di legami col neonazismo. Sui temi etici l'AfD è nettamente conservatore, disapprovando il matrimonio omosessuale e le adozioni per coppie dello stesso sesso. In questo specifico caso, parlare d'incoerenza sarebbe il minimo sindacale.
Quanto invece alla sinistra, sono d'accordo e anzi mi
permetto di rincarare la dose. I vertici del PD si sono dimostrati essere non
tanto socialdemocratici, ma proprio democristiani; cioè di destra. Dai diritti
dei lavoratori all'austerità sociale, dai tagli alla sanità alla riduzione
della scuola, dalle privatizzazioni all'approvazione del libero mercato, dalle
spese militari fino appunto ai diritti delle minoranze come gli omosessuali,
l'ideologia di sinistra ha abbandonato il partito da molto tempo. Anche in
questo specifico caso, parlare d'incoerenza sarebbe il minimo sindacale:
https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/05/30/il-pd-non-e-un-partito-di-sinistra-ma-unaccozzaglia-di-politici-buoni-solo-per-una-cosa/7178075/
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Innanzi tutto ringrazio per la definizione di "troll": se questa definizione identifica chi rifiuta la voce del padrone, allora sono ben felice di esser tale.
Quando dico "rifiuta la voce del padrone", intendo proprio ciò che il vecchio Partito Comunista intendeva. Buttare l'argomento in calcio d'angolo è un espediente che, preciso, con me non attacca. Che oggi il PD si opponga fermamente alle privatizzazioni di aziende pubbliche di rilievo nazionale non lo assolve affatto: negli anni Novanta e Duemila esso fu favorevole alle liberalizzazioni dei mercati e alle dismissioni dello Stato.
I governi dell'Ulivo con Romano Prodi, Massimo D'Alema e Giuliano Amato, furono promotori ed esecutori delle più grandi privatizzazioni italiane, con la dismissione di storici asset statali (come IRI, Telecom Italia, e parti di ENI ed ENEL) per ridurre il debito pubblico e allinearsi ai parametri del Trattato di Maastricht – e anche sull'Unione Europea ci sarebbe da dire, ma mi taccio per amor di pace.
Ancora negli anni 2014-2016 il governo Renzi si dichiarò favorevole a una parziale quotazione in borsa di Poste Italiane ed ENAV sia pur mantenendo la maggioranza pubblica. Ripeto, solo negli ultimi anni (dieci anni?) il partito ha assunta una posizione d'opposizione radicale a nuove dismissioni (es. quote Poste), difesa della sanità pubblica e accusa la controparte di "svendita" dei beni dello Stato.
Peggio va alle spese militari. Che la segretaria Elly Schlein dica no ai grandi investimenti militari le fa onore, ma il Partito è di ben altro avviso. Quando pochi giorni fa la maggioranza ha approvata la risoluzione sull'attivazione delle clausole Ue di salvaguardia per l'uso del fondo Safe, ovvero lo strumento UE che mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro in prestiti per gli investimenti comuni nella difesa (e Giuseppe Conte ha ribadito la posizione M5S: "Non chiedeteci un euro per il riarmo. Non avete trovato risorse contro il carovita e ora ci chiedete 20 miliardi per la difesa, è una follia"), i riformisti PD Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle, Virginio Merola, Nicola Carè e Piero Fassino si sono astenuti sulla risoluzione, mentre si sono espressi a favore degli impegni contenuti nei testi di Più Europa e Iv che invece prevedono l'uso del fondo Safe.
Nel marzo 2025 la Commissione Europea ha proposto il piano ReArm Europe per aumentare le spese militari dei ventisette Stati membri dell'Unione Europea. I parlamentari europei di Fratelli d'Italia hanno votato a favore, così come quelli di Forza Italia; i parlamentari europei della Lega hanno invece votato contro, allo stesso modo dei parlamentari del Movimento 5 Stelle, di Sinistra Italiana e di Europa Verde.
Al contrario i ventuno parlamentari europei del PD si sono divisi sul voto per il ReArm Europe: dieci hanno votato a favore della risoluzione, mentre i restanti undici si sono astenuti. I parlamentari che hanno votato a favore sono: Stefano Bonaccini, Antonio Decaro, Giorgio Gori, Elisabetta Gualmini, Giuseppe Lupo, Pierfrancesco Maran, Alessandra Moretti, Irene Tinagli, Pina Picierno e Raffaele Topo. I parlamentari che si sono astenuti sono: Brando Benifei, Nicola Zingaretti, Annalisa Corrado, Alessandro Zan, Dario Nardella, Matteo Ricci, Sandro Ruotolo, Cecilia Strada, Camilla Laureti, Marco Tarquinio e Lucia Annunziata. Quest'ultima, come risulta dal resoconto, aveva inizialmente votato per errore a favore della risoluzione: secondo fonti stampa, si è poi corretta, optando per l'astensione.
Nel campo sociale la situazione non è affatto migliore. L'Italia è l'unico grande Paese europeo in cui, a distanza di oltre trent'anni, i salari reali sono rimasti sostanzialmente fermi. Questo è il dato che meglio racconta la parabola della nostra economia e della nostra società. A partire dall'inizio degli anni Novanta, quando il nostro sistema industriale e le nostre istituzioni furono messe di fronte a cambiamenti epocali, dalla fine della Guerra fredda all'avvio della globalizzazione, dalla crisi del debito sovrano all'ingresso nell'Euro (voluto da…?), l'Italia non è stata più in grado di garantire la crescita salariale ai suoi lavoratori. L'anomalia è ancora più evidente se paragonata a quanto accaduto in Francia, Germania e Spagna: mentre questi paesi hanno visto crescere i salari reali tra il venti e il trenta per cento negli ultimi tre decenni, da noi si è verificato l'opposto, con una riduzione secca di circa il tre, quattro per cento. Se allarghiamo lo sguardo agli ultimi cinque anni, il quadro è ancora più cupo. Dopo la pandemia e il successivo shock inflazionistico, i salari reali italiani sono crollati di circa l'otto per cento, con un calo medio del cinque per cento nell'industria e addirittura del dieci per cento nei servizî. È una perdita che non è stata ancora recuperata, a differenza di quanto accaduto nei paesi vicini: Francia e Germania hanno riportato i salari reali attorno ai livelli pre CoViD, mentre in Spagna si è registrato un leggero incremento.
Concludo impedendo l'ennesimo salvataggio in calcio d'angolo. Rifiutare la politica del (sedicente e auto proclamato) Partito Democratico non vuol affatto dire né votare la destra estrema, né astenersi – cosa che oggi andrebbe ugualmente a vantaggio di politiche liberiste e privatiste: ci sono tante (invero non molte) altre formazioni politiche che hanno posizioni di sinistra da poter rimandare al mittente la scusante secondo cui «se non votate noi, va al governo la destra». Semmai un giorno il partito si dovesse rivedere anch'io mi disporrò a considerare il voto; ma fino a quel giorno la mia risposta è e rimane un secco, definitivo e inamovibile
NO, grazie.
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> analizzare le scelte con il
> senno del poi
Vero; ma può essere una scusante per il cittadino comune,
che non conosce né d'economia, né di politica, né di legislazione: al
contrario, due grandi statisti quali furono (o avrebbero dovuto essere stati)
Romano Prodi e Helmut Kohl non si possono rifugiare nel eh, ma la strada era
difficile. Tante grazie: è per questo che il cittadino comune si rivolge ai
rappresentanti esperti della materia.
> nel 1994 vinse Berlusconi
Sì, sarebbe stata meglio un'epidemia di colera; ma ormai
così stavano e stanno le cose. Tra l'altro, fu la sinistra politica a chiedere
l'introduzione del sistema elettorale maggioritario, con il referendum del
1991; sistema che aprì le porte all'attuale situazione dove o te magni questa
minestra, o salti dalla finestra: tertium non datur – nel senso letterale dei
termini.
> Inoltre importante tu vada a
> votare e spero non a destra.
Mi sono già espresso in questo senso.
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> sei troppo duro nel giudizio
Sì, sono durissimo: con me stesso per primo, e con il mio
prossimo successivamente.
> secondo me era peggio non
> entrare in UE.
Non ho detto questo. Ho detto che è stata creata una mera
accozzaglia di stati, senza obblighi vicendevoli di sostegno tra i
partecipanti; né sono stati introdotti successivamente, tant'è che Polonia e
Ungheria si rifiutano di ospitare i nεgrι in casa propria.
Devo ricordare io l'acronimo dispregiativo PIIGS, coniato
dalla stampa finanziaria anglosassone per indicare alcuni paesi dell'Unione
Europea (e della zona euro) considerati più deboli economicamente o con conti
pubblici meno virtuosi? Devo ricordare io quali furono questi paesi messi
all'indice? Lo faccio immediatamente: Portogallo, Italia, Irlanda (aggiunta in
seguito per indicare la seconda 'I'), Grecia e Spagna.
Questa non è un'Unione: e Prodi e Kohl l'hanno creata.
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È l'altro lato del
problema. Certo ch'è meglio essere uniti, ma bisogna essere uniti per davvero.
Certo che il popolino ha le proprie colpe, ma i bambini disubbidienti e
recalcitanti devono essere puniti: al contrario, il sistema politico italiano
ha sempre "fatto il furbo" per arricchire sé stesso e incantare
l'elettorato. Non si fa neanche così.
Il 3 luglio 1992, in pieno scandalo Tangentopoli, il
segretario del PSI Bettino Craxi pronunciò un drammatico e storico discorso
alla Camera dei Deputati. In quel contesto, chiamò in causa tutti i partiti sul
tema del finanziamento illecito, soffermandosi in particolare sul Partito
Comunista Italiano (allora già trasformatosi in PDS): «Il Partito Comunista
Italiano [...] non ha certo vissuto di aria in tutti questi decenni. Ha goduto
di risorse imponenti, estese e concentrate, in gran parte provenienti
dall'estero, sia dai paesi dell'Est che da altri canali. Ha inoltre usufruito
di proventi derivanti da attività economiche collaterali e, per ammissione dei
suoi stessi amministratori, ha evaso sistematicamente le leggi del fisco,
omettendo di pagare le tasse sulle proprie attività per cifre enormi,
valutabili in centinaia di miliardi». Sto parlando di Bettino Craxi.
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> appunto Craxi!!
Per intendere che perfino lui vide il marcio che c'è in
Danimarca: a te questo sistema sta bene? a me no. Opinioni? Sicuramente, ma io
oppongo fatti documentati con le mie argomentazioni.
> Però c'è differenza
Manco per niente. Le privatizzazioni, le spese militari
approvate, il rifiuto di tassare gli extra profitti di banche e imprenditori
privati sono precisi segnali che non sarà questo partito a ridurre il debito
pubblico e a restituire il potere d'acquisto alla cittadinanza.
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