Tuareg

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sabato 25 luglio 2026

Sul fazzoletto rosso del partigiano

Postato qui: https://www.facebook.com/reel/1697015121437571 .

Renato carissimo,

premessa tutta la stima per chi all'epoca si oppose alla dittatura, alla violenza, alla retorica volta come dici tu a celebrare un "capo" che nel capo aveva solo sé stesso.

Mi spiace deluderti: avete sbagliato. Avete scelta la libertà, avete scelta l'uguaglianza, avete scelto il pensiero; ma tutto ciò non è stato scelto dagl'italiani. Diceva Leonardo Sciascia:

«E le dirò questa – per me terribile – verità: ancora oggi credo che una buona parte di italiani (di destra, di sinistra, di centro) vivrebbe nel fascismo come dentro la propria pelle. Magari dentro un fascismo meno coreografico, con meno riti, con meno parole: ma fascismo. Un regime che non dia la preoccupazione di pensare, di valutare, di scegliere…» (Leonardo Sciascia, 1921-1989, scrittore, La Sicilia come metafora. Intervista di Marcelle Padovani, Mondadori, Milano, 1979, citato in epigrafe da Marco Travaglio, Montanelli e il Cavaliere. Storia di un grande e di un piccolo uomo, Garzanti, Milano, 2004 - l'Unità, Roma, 2007).

E sui muri vicino a Via Acca Larenzia a Roma, dove insiste una sede di Fratelli d'Italia, all'epoca del Movimento Sociale Italiano:

«Il mondo va avanti anche senza di noi,
vivono i servi, muoiono gli eroi.»

Ora, a parte la retorica patriottarda dell'eroe che s'immola per la patria: è tutto vero. Al cittadino italiano frega niente di pensare, di valutare, di scegliere: gli basta un appartamentino, mettere assieme il pranzo con la cena, vedere la televisione (guai! se non c'è la televisione), sentire il telegiornale – qualsiasi cosa dica, seguire la propria squadra calcistica (guai! se non fosse possibile seguire la squadra calcistica); e basta, può arrivare così fino alla pensione.

È vero: gli eroi muoiono. Saranno anche ricordati nei libri di storia (e che palle, doverli ricordare! non si potevano fare gli affari proprî?!), ma muoiono. Al contrario, i servi sopravvivono. Saranno anche dimenticati nei libri di storia (e chi se ne frega, io non mi ricordo neanche il nome del nonno), ma sopravvivono. Quindi: è meglio vivere, o è meglio morire? Che razza di domanda: è meglio vivere! Muoiano gli eroi: io preferisco vivere. A qualsiasi costo, ma vivere. Umiliato, offeso, deriso; ma vivo.

Anche tu ricorderai che, fatti salvi alcuni casi eccezionali, l'opposizione sociale al fascismo non cominciò fin dall'inizio, bensì quando giunse la guerra: allora i soldati cominciarono a morire, allora il cibo cominciò a scarseggiare, finché i bombardieri distrussero le case. A quel punto cominciò l'opposizione sociale al fascismo: tant'è che un gran numero di storici, non solo Leonardo Sciascia, sono convinti che se il Duce avesse rinunciato, evitato, rifiutato d'entrare in guerra con l'alleato tedesco (il quale, peraltro, tanto alleato non si dimostrò mai) probabilmente sarebbe rimasto al governo del paese come avvenne per un altro fascista, il generale Francisco Franco y Bajamonde, che infatti rimase al potere e a far danni al suo paese fino al 1975.

Quindi no, caro Renato: quel fazzoletto non è importante. O meglio: è importante per te e per me, ma non per i tuoi concittadini. Per loro (e dico loro, perché anche per me chi non sceglie la libertà di pensiero, d'azione, d'espressione NON è un mio connazionale) è solo un fazzoletto che ricorda un avvenimento storico. Il quale avvenimento storico sarà presto dimenticato, insieme a te, al tuo fazzoletto e alla libertà – di cui, ribadisco, l'italiano non sa che cosa farsene.

Riposa in pace, amico mio: o almeno, tenta. Io dovrò ancora sopportare di vedere, come li definì il personaggio del capo mafia don Mariano Arena nel romanzo "Il giorno della civetta" sempre di Leonardo Sciascia, «uomini, mezz'uomini, ominicchi, pigliainculo (con rispetto parlando) e quaquaraquà».


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