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Renato carissimo,
premessa tutta la stima per chi all'epoca si oppose alla
dittatura, alla violenza, alla retorica volta come dici tu a celebrare un
"capo" che nel capo aveva solo sé stesso.
Mi spiace deluderti: avete sbagliato. Avete scelta la
libertà, avete scelta l'uguaglianza, avete scelto il pensiero; ma tutto ciò non
è stato scelto dagl'italiani. Diceva Leonardo Sciascia:
«E le dirò questa – per me terribile – verità: ancora oggi
credo che una buona parte di italiani (di destra, di sinistra, di centro)
vivrebbe nel fascismo come dentro la propria pelle. Magari dentro un fascismo
meno coreografico, con meno riti, con meno parole: ma fascismo. Un regime che
non dia la preoccupazione di pensare, di valutare, di scegliere…» (Leonardo
Sciascia, 1921-1989, scrittore, La Sicilia come metafora. Intervista di
Marcelle Padovani, Mondadori, Milano, 1979, citato in epigrafe da Marco
Travaglio, Montanelli e il Cavaliere. Storia di un grande e di un piccolo uomo,
Garzanti, Milano, 2004 - l'Unità, Roma, 2007).
E sui muri vicino a Via Acca Larenzia a Roma, dove insiste
una sede di Fratelli d'Italia, all'epoca del Movimento Sociale Italiano:
«Il mondo va avanti anche senza di noi,
vivono i servi, muoiono gli eroi.»
Ora, a parte la retorica patriottarda dell'eroe che s'immola
per la patria: è tutto vero. Al cittadino italiano frega niente di pensare, di
valutare, di scegliere: gli basta un appartamentino, mettere assieme il pranzo
con la cena, vedere la televisione (guai! se non c'è la televisione), sentire
il telegiornale – qualsiasi cosa dica, seguire la propria squadra calcistica
(guai! se non fosse possibile seguire la squadra calcistica); e basta, può
arrivare così fino alla pensione.
È vero: gli eroi muoiono. Saranno anche ricordati nei libri
di storia (e che palle, doverli ricordare! non si potevano fare gli affari
proprî?!), ma muoiono. Al contrario, i servi sopravvivono. Saranno anche
dimenticati nei libri di storia (e chi se ne frega, io non mi ricordo neanche
il nome del nonno), ma sopravvivono. Quindi: è meglio vivere, o è meglio
morire? Che razza di domanda: è meglio vivere! Muoiano gli eroi: io preferisco
vivere. A qualsiasi costo, ma vivere. Umiliato, offeso, deriso; ma vivo.
Anche tu ricorderai che, fatti salvi alcuni casi
eccezionali, l'opposizione sociale al fascismo non cominciò fin dall'inizio,
bensì quando giunse la guerra: allora i soldati cominciarono a morire, allora
il cibo cominciò a scarseggiare, finché i bombardieri distrussero le case. A
quel punto cominciò l'opposizione sociale al fascismo: tant'è che un gran
numero di storici, non solo Leonardo Sciascia, sono convinti che se il Duce
avesse rinunciato, evitato, rifiutato d'entrare in guerra con l'alleato tedesco
(il quale, peraltro, tanto alleato non si dimostrò mai) probabilmente sarebbe
rimasto al governo del paese come avvenne per un altro fascista, il generale
Francisco Franco y Bajamonde, che infatti rimase al potere e a far danni al suo
paese fino al 1975.
Quindi no, caro Renato: quel fazzoletto non è importante. O
meglio: è importante per te e per me, ma non per i tuoi concittadini. Per loro
(e dico loro, perché anche per me chi non sceglie la libertà di pensiero,
d'azione, d'espressione NON è un mio connazionale) è solo un fazzoletto che
ricorda un avvenimento storico. Il quale avvenimento storico sarà presto
dimenticato, insieme a te, al tuo fazzoletto e alla libertà – di cui,
ribadisco, l'italiano non sa che cosa farsene.
Riposa in pace, amico mio: o almeno, tenta. Io dovrò ancora
sopportare di vedere, come li definì il personaggio del capo mafia don Mariano
Arena nel romanzo "Il giorno della civetta" sempre di Leonardo
Sciascia, «uomini, mezz'uomini, ominicchi, pigliainculo (con rispetto parlando)
e quaquaraquà».
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