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sabato 7 marzo 2026

Sul referendum giustizia – sull'unificazione delle carriere

Tratto da:  https://www.fanpage.it/politica/non-furono-mussolini-e-il-fascismo-a-unificare-le-carriere-dei-magistrati-e-una-paradossale-bufala-storica/ .

Non furono Mussolini e il fascismo a unificare le carriere dei magistrati: è una paradossale bufala storica

Nel dibattito sulla riforma Meloni-Nordio e sul referendum sulla Giustizia circola un falso: l’unità di giudici e PM sarebbe un’eredità del regime di Mussolini. La verità è opposta e la dimostriamo con fonti verificabili da chiunque: l’eredità del fascismo è il desiderio di controllo politico sulla giustizia. Ed è proprio questo che la Costituzione antifascista ha rifiutato. Almeno per ora.

Nel dibattito sulla riforma Meloni-Nordio, in vista del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo https://www.fanpage.it/story/referendum-giustizia-2026-news/ , si è diffusa un’affermazione che suona semplice e per questo convincente: l’unità delle carriere tra giudici e pubblici ministeri sarebbe un’eredità del fascismo. Secondo questa ricostruzione, il regime di Mussolini avrebbe voluto una magistratura unificata per controllarla meglio. È un argomento ripetuto con sicurezza, anche da fonti che si presentano come autorevoli, spesso accompagnando la rivelazione con citazioni di Dino Grandi, ministro fascista nel 1941. La notizia, però, è falsa: è una bufala storica, smontabile con fonti di legge ufficiali (tutte linkate, così che chi legge possa verificare in autonomia).

 L’unità delle carriere esisteva già prima del fascismo

L’unità delle carriere non nasce con il fascismo. Già nello Stato liberale, molto prima dell’ascesa del regime di Mussolini, giudici e pubblici ministeri appartenevano allo stesso ordine. La legge sull’ordinamento giudiziario del 1865 li qualificava come funzionari dello Stato, e poneva il pubblico ministero sotto il controllo dell’esecutivo. Questo assetto non fu introdotto, né cambiato, dal fascismo.

Quando, nel 1941, venne approvata la nuova legge sull’ordinamento giudiziario, il governo fascista quindi non inventò l’unificazione delle carriere, si limitò a conservare la disciplina dell’Italia postunitaria. Gli articoli 4 https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1941-02-04&atto.codiceRedazionale=041U0012&tipoDettaglio=originario&qId=bdc76c81-2c43-429e-8943-eb8e429ca2c0 e 69 https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1941-02-04&atto.codiceRedazionale=041U0012&tipoDettaglio=originario&qId=bdc76c81-2c43-429e-8943-eb8e429ca2c0 del Regio decreto n. 12 del 1941, infatti, rispecchiano gli articoli 6 https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1865-12-12&atto.codiceRedazionale=065U2626&tipoDettaglio=originario&qId=b61a39ed-6472-40c9-b8a3-bfcc153f205d e 129 https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1865-12-12&atto.codiceRedazionale=065U2626&tipoDettaglio=originario&qId=b61a39ed-6472-40c9-b8a3-bfcc153f205d del Regio Decreto n. 2626 del 1865. In altre parole, non si tratta di una rottura, ma di una continuità con l’impianto precedente.

L’impatto del fascismo sulla giustizia (e sulla magistratura)

Questa continuità nella struttura dell’ordine giudiziario non significa che il fascismo non abbia trasformato profondamente la giustizia. Al contrario, il regime intervenne soprattutto sul piano politico, puntando a subordinare ogni istituzione allo Stato. L’ascesa di Benito Mussolini si accompagnò fin dall’inizio https://www.fanpage.it/politica/fascismo-problema/ all’attacco contro le forme di aggregazione sociale: lo squadrismo colpì sindacati, cooperative, case del popolo e organizzazioni democratiche. Questa strategia venne poi tradotta in norme, con la repressione delle associazioni e delle libertà collettive.

 

In questo clima, nel 1925 l’Associazione generale magistrati italiani (AGMI), antenata dell’attuale ANM, si sciolse per evitare di essere trasformata in un organismo controllato dal governo. Meno di dieci anni dopo, nel 1934, l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista divenne obbligatoria anche per i magistrati.

Parallelamente, iniziò la stagione delle codificazioni, con cui il regime intervenne su tutte le branche del diritto, in senso autoritario. Con il codice penale del 1930 https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1930-10-26&atto.codiceRedazionale=030U1398&tipoDettaglio=originario&qId= , si rafforzò la repressione: venne reintrodotta la pena di morte https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1930-10-26&atto.codiceRedazionale=030U1398&tipoDettaglio=originario&qId= (che era stata abolita dal Codice Zanardelli del 1890), furono compressi i diritti politici e sociali, lo sciopero divenne un delitto.

I magistrati come funzionari: il CSM sotto il controllo del governo

In questo contesto, comunque, la magistratura non era indipendente, già da prima dell’avvento di Mussolini e delle sue camicie nere. Giudici e pubblici ministeri erano parte dell’apparato statale, funzionari sottoposti al potere del ministro della giustizia.

Anche il Consiglio superiore della magistratura, istituito nel 1907 https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1907-07-23&atto.codiceRedazionale=007U0511&tipoDettaglio=originario&qId=9e431833-e52a-4035-b2ef-9ae79ab6487a , all’epoca non era un organo autonomo, ma operava sotto il controllo del Guardasigilli, e dunque del governo.

Il fascismo rafforzò questa impostazione, coerentemente con una concezione autoritaria dello Stato: se nel 1921 si era introdotta una parziale elettività del CSM, con alcuni dei componenti votati dai magistrati tra i magistrati, appena due anni dopo, nel 1923, il governo fascista da poco insediato ripristinò la nomina governativa di tutti i membri del Consiglio superiore della magistratura (con l’art. 151 del R.D. 2786/1923 https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1923-12-31&atto.codiceRedazionale=023U2786&tipoDettaglio=originario&qId=b0149397-685d-43ce-8590-593061c6e91e ).

 La chiave dell’ordinamento giudiziario pre-repubblicano, allora, si ritrova nella soggezione della magistratura al potere politico. Ed è trascurando questo fatto che nasce l’equivoco che oggi alimenta la narrazione secondo cui l’unità delle carriere sarebbe un’eredità del fascismo, una bufala che arriva da una lettura estremamente superficiale delle parole del ministro fascista Dino Grandi.

La confusione tra carriere e poteri: da dove nasce la bufala su Dino Grandi

Per capire da dove nasce l’equivoco sulle dichiarazioni di Dino Grandi, e sull’attribuzione al fascismo dell’unificazione delle carriere, basta leggere la relazione illustrativa https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1941-02-04&atto.codiceRedazionale=041U0012&atto.articolo.numero=0&atto.articolo.sottoArticolo=1&atto.articolo.sottoArticolo1=0&qId=79df31bc-3bba-4cb7-8579-18c964dd29ff&tabID=0.9265274695480181&title=lbl.dettaglioAtto alla legge sull’ordinamento giudiziario, presentata nel 1941. Spiegando il motivo per cui si è scelto di conservare l’unitarietà dell’ordine giudiziario, il ministro fascista sottolinea infatti come una scelta diversa non sarebbe politicamente concepibile, alla luce del superamento "della distinzione, fondamentalmente erronea, tra i poteri dello Stato".

Il punto non era allora la separazione delle carriere (cioè una scelta tecnica sul modello processuale), quanto la negazione della separazione dei poteri. Dino Grandi afferma infatti, esplicitamente, che l’autogoverno della magistratura è incompatibile con lo Stato fascista, perché non possono esistere organi indipendenti dal potere sovrano.

Nel fascismo, nessuno deve poter fermare il governo dalla sua volontà, nemmeno il potere giudiziario, che invece in democrazia è chiamato ad applicare la legge nei confronti di chiunque (governanti compresi).

Tra promesse ed effettività: l’autogoverno della magistratura

Proprio su questo si colloca il vero punto di rottura della Costituzione, e della democrazia, rispetto al passato fascista. Il primo segnale arriva già nel 1946, prima ancora della nascita della Repubblica: con il Regio decreto legislativo 511 del 1946 https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1946-06-22&atto.codiceRedazionale=046U0511&atto.articolo.numero=0&atto.articolo.sottoArticolo=1&atto.articolo.sottoArticolo1=0&qId=551b2d07-b058-418e-9aaf-f74fe0bb4690&tabID=0.0018040732705766338&title=lbl.dettaglioAtto si inizia a ridurre il potere governativo sulla magistratura e, in particolare, sul pubblico ministero. La modifica è terminologica e decisiva: il pubblico ministero non agisce più sotto la "direzione" del Ministro (un concetto che implica gerarchia e obbedienza) ma sotto la sua "vigilanza".

Il dibattito nell’Assemblea costituente prosegue nella costruzione dell’indipendenza del potere giudiziario e, più in generale, nel delineare un sistema istituzionale incardinato sulla separazione dei poteri. Nel definire la magistratura come un "ordine autonomo e indipendente dagli altri poteri", l’articolo 104 della Carta https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-ii/titolo-iv/sezione-i/articolo-104 non si limita quindi alla dichiarazione di principio, ma mira a rendere effettiva questa promessa attraverso l’istituzione di un organo, il Consiglio Superiore della Magistratura, che, pur mantenendo lo stesso nome del passato, diverge in maniera determinante dall’esperienza precedente: non è infatti soggetto al Ministero della Giustizia, ma è un organo autonomo, indipendente dagli altri poteri dello Stato. Tutto l'opposto del modello autoritario e corporativista.

Il paradosso dell'antifascismo dei fascisti

L'effetto della bufala sull'unità delle carriere come eredità mussoliniana è surreale: si finisce per accusare di nostalgia fascista proprio chi difende l'assetto della Costituzione nata dalla Resistenza.

Come confermano le parole di Dino Grandi, invece, l'autogoverno della magistratura era un principio inconcepibile per il regime: è scritto nero su bianco. Eppure, oggi si ignora il cambio di paradigma che ha trasformato i magistrati da funzionari al servizio del governo a ordine autonomo soggetto solo alla legge.

E l'equivoco tocca il ridicolo perché suggerisce che giuristi come Piero Calamandrei, antifascisti della prima ora, abbiano preservato un rimasuglio autoritario per distrazione o per scelta illiberale. La verità è opposta: l’eredità del fascismo è il desiderio di controllo politico sulla giustizia. Ed è proprio questo che la Costituzione antifascista ha rifiutato. Almeno per ora.

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Tratto da: https://www.facebook.com/reel/27306878595568362/?comment_id=976244931642905&reply_comment_id=25600407632970698 .

Il suo commento coglie un pezzo di verità storica, ma formulato così è fuorviante.

Durante il fascismo, il regio decreto 30 gennaio 1941 n. 12 sull’ordinamento giudiziario ribadì che l’ordine giudiziario comprendeva sia i giudici sia i magistrati del pubblico ministero, collocando il PM in una struttura fortemente gerarchica e legata al ministro. Nello stesso contesto autoritario, l’Associazione generale fra i magistrati d’Italia, antesignana dell’ANM, fu costretta allo scioglimento nel 1925 dopo aver rifiutato la trasformazione in sindacato fascista. Quindi si, il fascismo ha usato e rafforzato quell’assetto, però dire che oggi staremmo semplicemente "mantenendo una legge fascista" non regge, per tre ragioni.

1) L’unità tra giudici e PM non nasce col fascismo, esisteva già nello Stato liberale: la disciplina dell’Italia unitaria del 1865 collocava già il pubblico ministero nell’ordine giudiziario, pur sotto il controllo dell’esecutivo. Il fascismo, quindi, non inventa da zero questo modello, lo inserisce e lo irrigidisce dentro un ordinamento autoritario.

2) La Costituzione del 1948 cambia radicalmente il significato di quell’assetto. La magistratura diventa "un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere" nell’art. 104; il PM gode delle garanzie stabilite dall’ordinamento giudiziario nell’art. 107; l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria nell’art. 109; e l’azione penale è obbligatoria nell’art. 112.

In altre parole, il modello repubblicano spezza proprio ciò che era tipico del fascismo: la subordinazione della giustizia al potere politico.

3) Questo referendum non consisteva semplicemente nell'"abrogare una legge fascista", il quesito costruiva un nuovo assetto costituzionale (due CSM distinti, sorteggio dei componenti e Alta Corte disciplinare).

Non era un referendum "storico" contro il fascismo, ma una scelta su come ridisegnare i rapporti tra giudici, PM, autogoverno e politica.

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Tratto da: https://www.facebook.com/dario.didario/posts/pfbid02XKv7pL3G8h49x6zN5jMwgBNKfc6C6LmdkmiyiaXCHxtvJQ85jhfpBzWTaRCKrAkJl .

[…]

Trovo straordinario come certe persone, prive di qualsiasi formazione giuridica, continuino a usare una cartina colorata come se fosse un trattato di diritto comparato. 

La verità è che i Paesi “in verde” sono un catalogo vivente dei problemi generati proprio dalla separazione delle carriere.

Germania:

I PM dipendono dal Ministro della Giustizia. 

La Corte di Giustizia UE li ha dichiarati non indipendenti. 

È un modello che gli studiosi citano come esempio di interferenza politica strutturale.

Francia:

Il potere politico nomina e sposta i procuratori. 

Ogni cambio di governo comporta “rotazioni” sospette. 

La politicizzazione è talmente evidente che i magistrati francesi protestano da anni.

Spagna:

Il Consejo Fiscal è paralizzato da scontri politici. 

Le nomine sono ostaggio dei partiti. 

È uno dei sistemi più criticati d’Europa per ingerenze.

Grecia:

La riforma è stata un fallimento: ingerenze governative denunciate dagli stessi magistrati, perdita di autonomia, sfiducia interna.

Portogallo:

Scandali continui sulle nomine dei procuratori, con accuse di favoritismi politici e pressioni ministeriali.

Paesi Bassi:

Il procuratore generale è nominato dal governo e risponde al Ministro. 

Indipendenza? Molto relativa.

Danimarca e Svezia:

I procuratori sono parte dell’esecutivo. 

Il rischio di condizionamento politico è talmente evidente che diversi giuristi nordici chiedono da anni una riforma.

Regno Unito:

Il Crown Prosecution Service è sotto il controllo dell’esecutivo. 

Il Director of Public Prosecutions è nominato dal governo. 

Funziona solo perché regge su consuetudini, non su garanzie costituzionali.

Irlanda:

Il DPP è nominato dal governo e risponde al Ministero. 

Indipendenza formale, dipendenza sostanziale.

Belgio:

Il Ministro della Giustizia può impartire direttive generali ai procuratori. 

Un modello che gli stessi belgi definiscono “ibrido e vulnerabile”.

Insomma: la vostra mappa “verde” è un museo degli errori che abbiamo evitato.

E ora veniamo all’Italia: la fortuna storica del NO (sempre secondo il mio parere)

La vittoria del NO non ci ha “lasciati indietro”:  ci ha impedito di fare gli stessi disastri che gli altri stanno cercando disperatamente di correggere.

Abbiamo salvato:

- l’indipendenza della magistratura, che altrove è sotto attacco; 

- l’autonomia del PM, che in molti Paesi è un funzionario del governo; 

- l’equilibrio costituzionale, che impedisce al potere politico di controllare le indagini; 

- la separazione reale tra poteri, non quella finta dei meme; 

- la funzione di garanzia del CSM, che altrove non esiste o è politicizzata; 

- la possibilità di indagare anche il potere, cosa che in molti Paesi è semplicemente impensabile.

Abbiamo evitato:

- modelli dove il Ministro decide chi indagare e chi no; 

- sistemi dove i procuratori vengono spostati come pedine; 

- assetti in cui la giustizia diventa un’estensione dell’esecutivo; 

- riforme che hanno prodotto caos, non efficienza.

La verità è semplice e brucia: 

non siamo rimasti indietro — siamo rimasti liberi.


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Tratto da: https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=pfbid0zszMJRceEnL5it8sV6DieAFmoDUe89A4C8hituMjKoXmRDb3zyaw1KYWqUQnaZikl&id=61573200520873 .

🧠 Per mesi il dibattito sulla riforma della giustizia in Italia ha guardato alla Francia come modello, soprattutto sul tema della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Eppure oggi qualcosa sta cambiando: proprio in Francia si riapre il confronto sull’indipendenza del PM, tema centrale anche nel referendum del 22 e 23 marzo.

In Francia, infatti, giudici e PM seguono lo stesso percorso: stesso concorso, stesso tirocinio, possibilità di cambiare ruolo e un unico Consiglio Superiore della Magistratura (Conseil supérieur de la magistrature). Tuttavia, c’è una differenza chiave: il pubblico ministero dipende dal Governo, e questo limita la sua autonomia. Proprio per questo, dopo il referendum italiano, i magistrati francesi chiedono una riforma per rafforzare l’indipendenza della magistratura.

📢 Secondo il comunicato ufficiale del 27/03/2026 del CSM francese, i PM non sarebbero oggi abbastanza indipendenti da esercitare pienamente alcune funzioni tipiche dei giudici. Una posizione che non arriva dal nulla: la Corte europea dei diritti dell’uomo lo segnala da tempo, come nel caso Medvedyev c. Francia.

🇪🇺 Il punto è chiaro: l’autonomia dei magistrati non è un privilegio, ma una garanzia per tutti. Serve ad assicurare che la legge venga applicata in modo uguale, tutelando lo Stato di diritto e rispettando i veri parametri europei. E no, la separazione delle carriere non è uno standard imposto dall’Europa: non esiste alcuna norma che lo preveda.

🔍 Il dibattito sulla giustizia in Italia, riacceso dal referendum, si inserisce quindi in un contesto europeo molto più complesso. Mentre alcuni indicavano la Francia come esempio, oggi proprio lì si chiede di avvicinarsi a un modello più indipendente… simile a quello italiano. 

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Tratto da: https://www.facebook.com/sergio.bagnasco.5/posts/pfbid04NhXV2h379VY3Rn2GKsW71RG3agpd6hAmxHkYPuHUPXP6BkibcLqXJEx9yWPtKq9l .

 

#CAPZIOSE_FANTASIE:

le correnti controllano la Magistratura

Il sistema elettorale del CSM è stato radicalmente modificato dopo lo scandalo Palamara di cui tanti parlano a vanvera.

Oggi questi sono i numeri del CSM riguardo ai 30 membri elettivi.
I 20 membri togati (quelli eletti dai magistrati) appartengono
- 7 a Magistratura Indipendente (data per vicina al CDX),
- 4 a UniCost (moderati di centro),
- 6 a Area (dati per vicini al CSX),
- 1 MD (le famose toghe rosse),
- 2 indipendenti.

Nessuna corrente va da nessuna parte senza il sostegno di membri laici (quelli eletti dal Parlamento), al momento
- 7 indicati dal CDX
- 3 dal CSX.

Risulta evidente che nessuna corrente oggi ha i numeri per decidere alcunché in autonomia.

Se nel CSM c'è il mercato delle vacche è lo stesso mercato che si verifica in Parlamento per eleggere i giudici della Corte costituzionale; facciamo un bel sorteggio?

In definitiva, le nomine  sono il prodotto di accordi tra togati e laici (o da improbabili accordi tra togati con opposte visioni) perché diversamente nessuno sarebbe eletto ... ma ciò non significa che dietro ogni accordo ci sia corruzione o merce di scambio ... e se c'è si tratta esattamente di ciò che avviene in Parlamento: sorteggiamo anche questo?

Avviene nel CSM ciò che succede in ogni organismo collegiale ma ciò non significa che il CSM sia un organismo paramafioso oppure bisogna dire che lo è anche il Parlamento dove i gruppi parlamentari si accordano per decidere chi mandare nel CSM, visto che servono i 3/5 dei voti parlamentari, o il Consiglio dei Ministri dove ogni decisione è il risultato di reciproche concessioni tra gli alleati di governo o dovremmo chiamarle "famiglie mafiose"?

Gli argomenti dei sostenitori di questa riforma dovrebbero fare molta attenzione perché si sono collocati su un piano inclinato molto pericoloso.

Infine, ricordo che mentre la quasi totalità dei magistrati è iscritta all'Associazione Nazionale Magistrati solo il 20% circa dei magistrati è iscritto a una corrente.

Quindi, se solo 2 magistrati eletti al CSM sono "Indipendenti" vuol dire che i "non iscritti" preferiscono votare un iscritto a una corrente perché ne conoscono le linee programmatiche riguardo ai temi di competenza del CSM.

Votano qualcuno per avere dei favori?
È una sciocchezza perché l'eletto non sa chi lo ha votato e non ha alcun debito con gli elettori perché tanto non può essere rieletto.

In ogni caso pensare che il sorteggio sia un rimedio al problema capziosamente presentato è una evidente sciocchezza.

Il sorteggio non serve nemmeno a evitare che il magistrato che sbaglia non sia salvato dai suoi amichetti della corrente perché la gran parte dei magistrati non è iscritto ad alcuna corrente e se per caso appartenesse a una corrente non basterebbero gli amichetti per salvarsi, visti i numeri riportati in apertura.
Ricordo che i magistrati che "perseguitarono" Tortora si sono salvati grazie ai voti dei componenti laici indicati dalla DC!

In ogni caso i magistrati sorteggiati  saranno necessariamente o degli indipendenti o degli iscritti alle correnti.
Da questa ferrea logica non si scappa!

Nulla impedirebbe ai sorteggiati di fare le stesse cose che si rimproverano agli eletti anche perché gli eletti hanno sempre agito in combutta con i membri laici.

A ben vedere il sorteggio, proprio per la sua casualità,  può rafforzare una corrente ben oltre il naturale peso che avrebbe grazie ai voti dei magistrati.

Quindi, oggi il peso delle correnti rispecchia le libere scelte dei magistrati che, come dovrebbe fare ogni corpo elettorale, decide da chi farsi governare. Domani sarebbe il caso a decidere per la parte togata, mentre sarebbe la maggioranza parlamentare a decidere per la parte "politica".

Il sorteggio in conclusione serve solo a garantire membri laici graditi ai politici e membri togati che potrebbero risultare sgraditi ai magistrati perché ritenuti non idonei a svolgere le funzioni di governo della magistratura.

In realtà sorteggio, sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura e istituzione dell'Alta Corte disciplinare sono scelte funzionali a ridimensionare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura rafforzando il potere di controllo dei partiti sulla magistratura.

Una riforma voluta dal potere politico per il potere politico, come ripetutamente affermato dallo stesso Nordio, ministro della (in)giustizia.




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