Tuareg

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martedì 16 dicembre 2014

Un Discorso del Presidente

Il testo che segue comparve in un blog denominato "La pagina di Carlo": attualmente il blog è scomparso, tuttavia questo testo mi è subito sembrato interessante, e ho deciso di riproporlo oggi, alla luce degli ultimi avvenimenti di governo. Semmai il Carlo proprietario dei diritti si dovesse palesare, sarò felice di riconoscergli la paternità del testo: per il momento, buona lettura.

I Discorsi del Presidente riscuotevano, e credo riscuotano tuttora parecchio successo tra i membri; a seconda del punto di vista che si adotta nel leggerli, tale successo può risultare inesplicabile o, invece, assai spiegabile, se solo ci si prende la briga di analizzarne i meccanismi con cui sono costruiti. Ho qui riportato uno di questi discorsi, commentato e analizzato; il "profano" potrà rendersi conto "in vivo" del tipo di teoria che viene impartito nell'organizzazione, mentre il "membro" potrà avere un utile confronto con una analisi "dall'esterno" che, si spera, faccia riflettere.
Per l'analisi e il commento ho applicato due tipi di criteri: uno formale e linguistico, per analizzare alcune particolari caratteristiche del modo in cui si esprime il Presidente, e uno di contenuto, per evidenziare affermazioni significative assai utili per comprendere lo "spirito" dell'Organizzazione.
Quest'ultimo criterio non ha bisogno di particolari spiegazioni, mentre il primo necessita di alcuni chiarimenti preliminari. Si tratta infatti di un metodo di analisi piuttosto insolito, il cui principale scopo è di mettere in evidenza quelle particolari espressioni nella cui struttura mancano elementi di riferimento o parti importanti. Tutti noi usiamo assai spesso frasi incomplete, poiché è il contesto in cui le utilizziamo che indica implicitamente il contenuto non espresso in modo esplicito; il Presidente ne fa grande uso, nulla di male, sennonché i contesti in cui i suoi discorsi vengono letti e studiati sono estremamente diversificati, non certo univoci e chiari, e per di più, come vedremo, i "buchi " di senso così grandi da divenire praticamente incolmabili, almeno secondo un criterio di sostanziale chiarezza.
Un esempio può senz'altro chiarire meglio; esaminiamo questa prima frase che definiamo "completa":
  • Il cane mangia avidamente i bocconcini di carne.
Rispetto a questa, definiremo "incompleta" ogni altra frase che manchi di qualche elemento, seguita dalle domande che evidenziano proprio tale mancanza:
  • Il cane mangia (cosa? come?)
  • Il cane mangia avidamente (cosa?)
  • Esso mangia (chi è "esso"? Cosa mangia?)
Esaminiamo questa seconda frase, anch'essa seguita da versioni incomplete:
  • Giulio non ha il coraggio di dire a Luisa che l'ama.
  • Giulio non ha coraggio (di fare cosa?)
  • Giulio non ha il coraggio di dire a Luisa i suoi sentimenti (quali?)
  • Giulio non ha il coraggio di parlare (a chi? Per dire cosa?)
Quando in un discorso inseriamo frasi a struttura incompleta, se esse sono abilmente formulate inducono il lettore a riempire le "caselle vuote" con i propri significati, costruendo così una comunicazione ambigua che, paradossalmente, soddisfa tutti poiché ognuno riesce ad inserirci significati ed esperienze proprie, che poi, però, attribuisce a chi ha originariamente scritto o pronunciato la frase. Un esempio per chiarire:
"Bisogna avere coraggio"
Se un lettore ben predisposto legge questa frase, implicitamente si pone almeno le tre domande:
  • Chi deve avere coraggio?
  • Di fare che cosa?
  • A chi?
Esempio: Giulio leggerà e penserà: sono io che devo avere il coraggio di dire a Luisa che l'amo, lo dice anche il Presidente! Ma Luisa vi potrebbe leggere: io, Luisa, devo avere il coraggio di dire a quello stupido di Giulio che si sta facendo delle illusioni. Lo dice anche il Presidente! Sommate questo effetto per migliaia e migliaia di membri, ed ecco apparire che il Presidente ha detto praticamente tutto, mentre invece non ha detto proprio nulla.
Ci sono parole e concetti che sono particolarmente bisognosi di riferimenti, altrimenti diventano caselle vuote che chiunque può riempire. Ad esempio, se io qui scrivo "il direttore è un imbecille" sarebbe importante sapere a chi mi riferisco, al direttore di cosa. Se uso concetti come Bene, Male, Vittoria, Progresso, appare chiaro che, salvo specificazioni, chiunque può leggervi ciò che vuole. Guarda caso, sono tra i mattoni più usati dal Presidente per costruire i suoi discorsi... Nei quali chiunque può legittimamente leggere (quasi) qualunque cosa. Quando, nel testo, ho incontrato frasi incomplete o mancanti di riferimenti, le ho segnalate indicando anche, con le opportune domande, quali elementi risultassero mancanti.
Per ciò che riguarda il criterio analitico di contenuto, non ci sono particolari analisi preliminari da fare: ci sono parti di questo discorso assolutamente non ambigue, che parlano chiaro e forte. Le commenterò via via.
Ora, vediamo il discorso, con le mie note a margine. Si tratta di un testo liberamente disponibile su Internet, credo di non violare alcun copyright riproducendolo. Non ho apportato modifiche, salvo omettere alcune parti che ritenevo superflue o ripetitive. Il resto del testo è integrale e fedele.
 
Sapete qual era la qualità umana che il presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy apprezzava sopra ogni altra? Il coraggio! Anche il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda sottolineava continuamente l'importanza del coraggio, infatti era solito dire: «È importante avere compassione, ma in ultima analisi essa viene dopo il coraggio. Soltanto agendo coraggiosamente possiamo essere veramente compassionevoli, la compassione e il coraggio sono le due facce della stessa medaglia». Ecco un primo esempio di riferimenti mancanti. "Coraggio di fare cosa?" Dico così, per provocare: coraggio di fare una rapina? Di uccidere? Di fare una dichiarazione d'amore? In definitiva, di che accidenti si sta parlando qui? Se non è chiaro questo, ancora meno lo è la hit parade delle umane qualità. Se non altro, la "compassione" riscuote in ambito buddhista un sostanziale consenso, e dunque dà meno adito a interpretazioni bizzarre.
Kennedy incoraggiava le persone a domandarsi: «Siamo persone veramente coraggiose, dotate di quel coraggio che ci consente di combattere i nemici e qualora sia indispensabile anche quelli che sembrano essere dalla nostra parte, il coraggio di resistere alla pressione pubblica come quello di resistere alle sofferenze private?». Egli sottolineava la necessità di combattere non solo il male all'esterno ma anche all'interno del proprio entourage. Primo problema: se la risposta fosse "no", cosa dovrei fare, spararmi? E poi, che senso ha chiederselo? Forse più avanti troveremo risposta. Secondo problema: "combattere il male all'interno" è una frase altamente incompleta, e direi anche un po' minacciosa, ma non è assolutamente possibile individuare riferimenti.
So bene cosa intendesse il presidente. (...) Io personalmente non lo so. Anche qui mancano completamente i riferimenti. Probabile che si riferisca ai gravi dissidi con la Nichiren Shoshu?
Se ci accontentiamo semplicemente di mantenere lo status quo non ci può essere progresso, né nuove vittorie. Dobbiamo guardare coraggiosamente al futuro, determinare di lavorare seriamente, accettare nuove sfide, aprire nuove frontiere. Anche qui il testo è pieno di frasi incomplete: quale status quo? Quale progresso? Quali vittorie? Di chi? Quali sfide? Quali frontiere? Esattamente, come si fa a guardare coraggiosamente al futuro? È possibile dare qualche tipo di riferimento concreto ad una simile frase?
Si dice che i giapponesi manchino di coraggio morale: sebbene diano l'impressione di essere coraggiosi in realtà tendono all'arroganza, facendo mostra di coraggio fisico, un valore insignificante. È proprio questo tipo di coraggio inutile che porta all'arroganza.  Dunque, pur non sapendo di che coraggio (e di chi, e per fare cosa) si stia parlando, sappiamo però che esiste un coraggio inutile (fisico) che porta all'arroganza. Di che coraggio parlerà allora? 
D'altra parte possedere vero coraggio significa essere fermi nelle proprie convinzioni, nei propri ideali.  Finalmente: ci dice cosa sia il coraggio "giusto". Peccato che anche qui la genericità sia tale da impedire qualsiasi applicazione pratica. In quali convinzioni occorre restare fermi? Nelle proprie. Quali esse siano? Pare proprio di sì. Che cosa è, un elogio della testardaggine, dell'ottusità, della coerenza ad ogni costo, cosa? 
Credere profondamente nella Legge mistica, seguire correttamente l'insegnamento del Daishonin, significa essere amici di chi soffre e sfidare coraggiosamente gli ostacoli che si incontrano nel perseguimento della giustizia. A meno che non intenda che le convinzioni debbano essere SOLO quelle dell'Organizzazione. 
Fede, compassione e coraggio sono la stessa cosa. Le vittorie della Sgi sono il risultato del coraggio che ci ha reso possibile aprire la strada al movimento di kosen-rufu e fare enormi progressi in questo senso. Il Daishonin a questo proposito ammonisce severamente: «...i discepoli di Nichiren non possono realizzare niente se sono codardi» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 6, pag. 218), e: «Un codardo non potrà mai ottenere risposta a nessuna delle sue preghiere» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, pag. 195). Fede = compassione = coraggio: ecco una delle tipiche equazioni del Presidente, dove tutto alla fine si confonde, dove il significato dei termini viene continuamente reso fluido e versato e riversato a piacimento in una serie di scatole vuote (parole senza riferimenti) disposte come le matrioska, le bamboline russe una dentro l'altra.
Un giorno, il Mahatma Gandhi disse: «Fino a quando ci sarà anche solo un pugno di uomini veramente dedicati, ci potrà essere solo un risultato a questa lotta: la vittoria».  Questa è assai probabilmente una citazione estratta da un contesto che dava riferimenti più precisi, ora mancanti. L'arte della citazione del Presidente consiste nel decontestualizzare tutto, in modo da far dire a tutti la stessa cosa, cioè, quasi sempre, niente.
Come membri della Sgi abbiamo fatto voto di realizzare la pace nel mondo, se esiste anche solo un piccolo numero di persone sinceramente determinate a conseguirlo, niente potrà impedire loro di riuscire. Kosen-rufu sarà realizzato senza alcun dubbio, la nostra vittoria è certa. È imperativo per noi realizzare questo obiettivo perché la sconfitta, per quante giustificazioni possa trovare, resta sempre sconfitta; non possiamo permetterci di fallire nella nostra lotta per strappare le radici della sofferenza umana. Infatti qui piega le parole di Gandhi a definire obiettivi e comportamenti dei membri. È appena il caso di notare che "Realizzare la pace nel mondo" e "strappare le radici della sofferenza umana" sono affermazioni "lievemente" generiche, ancora una volta scatole vuote senza riferimenti. 
Il premier cinese Zhou Enlai diceva che non si può ottenere la vittoria semplicemente sedendosi ad aspettarla, bisogna combattere per raggiungerla, dobbiamo prendere l'iniziativa, se rimaniamo passivi non abbiamo nessuna speranza di vincere. Albert Einstein diceva: «Ricordate che difficoltà e ostacoli sono un'ottima fonte di salute e di forza per qualunque società». Gli ostacoli sono parte della vita e non si possono eludere, allo stesso modo sarebbe un errore pensare che una volta raggiunti successo e prestigio sociali, tutte le difficoltà si dissolvano: ogni individuo, e così pure ogni organizzazione, incontra difficoltà, momenti durissimi e, come affermava Einstein, accettare coraggiosamente le sfide ci rafforza e ci rende più sani. Combattere, essere attivi, elogio delle difficoltà e degli ostacoli, che temprano e rafforzano... Sono forse piccole verità empiriche, che però così trionfalmente enunciate ricordano un po' lo stile di un signore calvo che governò l'Italia per un ventennio. Ma forse il Presidente non conosce a fondo la storia italiana.
Se tutto scorresse sempre liscio non avremmo la possibilità di diventare più forti, finiremmo per essere individui apatici, deboli. Questo è l'insegnamento del Buddismo, condiviso come abbiamo visto, anche dai più grandi intelletti. A dire il vero, questo è senso comune, o, anche, il risultato dell'esperienza. C'è proprio bisogno di scomodare il Buddismo? Così finisce per diventare un'altra grande categoria così generica che può contenere di tutto; ad aumentarne la banalizzazione, il Presidente aggiunge che "è condiviso dai grandi intelletti". Cosa vogliamo di più? Per fortuna, la filosofia buddista ha espresso molto, molto di più.
Zhou Enlai disse anche: «Una volta scelto l'obiettivo e la direzione, sta a noi intraprendere il viaggio un passo dopo l'altro». Noi ci siamo prefissi il conseguimento di kosen-rufu, ma sapere ciò che vogliamo non basta, è necessario perseverare e non smettere mai di sforzarsi, senza uno sforzo costante non è possibile realizzare il nostro scopo. Nella sua opera, La città eterna, Hall Caine afferma che i più forti sono quelli che lo diventano attraverso la sofferenza e la tolleranza, è lo stesso spirito della rivoluzione umana; io stesso mi sono allenato in questo modo. I vili non hanno il coraggio di sopportare le sofferenze, la Sgi non ha bisogno di responsabili che fanno di tutto per sfuggire alle difficoltà, preoccupati solo di se stessi e di proteggere i propri interessi.(...) "perseverare e non smettere mai di sforzarsi, senza uno sforzo costante non è possibile realizzare il nostro scopo". Un altro dei tormentoni più ossessionanti; camuffato da verità elementare, ossia che poco o nulla si ottiene senza rigore e sforzo, esso cela una bomba ansiogena, poiché è stato privato dei necessari indici di riferimento, per cui sembra che L'UNICA dimensione della vita del praticante sia questa. Non so come la pensa il lettore, ma nella mia esperienza ho constatato che, certo, rigore e impegno sono fondamentali, ma che la vita è anche fatta del piacere della sorpresa, del "gratis" che arriva senza sforzo, del piacere di fluire e seguire le proprie inclinazioni. Senza questo, che ansia, che monotonia, che grigiore sovietico!
Il 27 agosto ricorre l'anniversario della nascita del filosofo tedesco Hegel (1770-1831). Il filosofo era solito leggere e recitare per trarne incoraggiamento e ispirazione questa poesia di Theodor Gottlieb von Hippel: Amico, tendi verso il sole / Il giorno della salvezza dell'umanità è vicino / Insignificanti sono l'oscurità dei rami e delle foglie / Impegnati ad andare verso il sole fino a che non lo raggiungi.
Verso cosa dovremmo puntare? Verso il sole, verso un mondo migliore per l'umanità, questo è il messaggio incalzante della poesia. Quanto sono grandi le aspirazioni, lo spirito e la speranza espresse da queste parole! Quando Hegel non era che un ragazzo, scoppiò la Rivoluzione Francese, i suoi anni giovanili furono influenzati dallo scenario in cui visse. La poesia sembra voler dire: «Alzati con profonda determinazione a lavorare per il benessere dell'umanità, incurante dei piccoli contrattempi che ostacolano il cammino, come se si trattasse solo di rami e foglie di un albero che impediscono la perfetta visione del sole. Ignora critiche e insulti!». Avanziamo con forza verso il "sole" di kosen-rufu, poiché questa è dimostrazione di vero coraggio. La poesia si conclude così: E quando sei stanco / anche questo va bene / il tuo sonno sarà il più soddisfacente. Quando siamo stanchi dormiamo bene, quando abbiamo lavorato duramente il sonno è profondo, quando abbiamo fatto del nostro meglio ci addormentiamo con un senso di pace e di benessere; lottare per realizzare i nostri sogni è veramente stancante, ma nulla è più soddisfacente, niente ci appaga di più. Di questo lungo passo sottolineo solo (ancora) le molte espressioni prive di riferimenti o di esempi concreti: puntare verso il sole, un mondo migliore, benessere dell'umanità, speranza, avanzare con forza verso il sole... E sottolineo anche il maschio e giovanile vigore che, ancora una volta, ricorda la retorica del ventennio. 
Il 28 agosto ricorre un altro anniversario importante: quello della nascita di Goethe (1749-1832). Hegel e Goethe erano contemporanei, il secondo maggiore di ventuno anni. Mentre erano ancora in vita, una università tedesca volle festeggiare il 27 e il 28 di agosto per celebrare i due connazionali, giganti della cultura mondiale. In Giappone si festeggiano alcune divinità locali: ciò che sorprende è che la maggior parte della gente che partecipa a questi festeggiamenti ammette candidamente di non sapere assolutamente nulla di queste divinità. In Germania invece si commemorano persone che hanno dato un grande contributo alla cultura e al progresso dell'uomo: questo è sintomo di ricchezza culturale.  Mi par di ricordare che il Presidente sia solito elogiare comportamenti e popoli europei e a mettere in cattiva luce i giapponesi. Che sia un fautore dell'occidentalizzazione del Giappone? 
Goethe scrisse: «L'ingratitudine è sempre espressione di debolezza. Delle persone che mi è capitato di incontrare nessuna che fosse veramente capace era ingrata». In altre parole, possiamo senz'altro dire che le persone di reale valore sono persone che hanno nella massima considerazione la gratitudine; come diceva Goethe esse, una volta raggiunto qualcosa, non dimenticano il proprio debito di gratitudine nei confronti degli altri: solo gli stupidi pensano di dovere tutto solo a se stessi. Se desiderate realizzare qualcosa d'importante, di vivere per qualcosa che abbia un valore superiore, allora dovete diventare persone che posseggono grandi qualità umane. Grandi qualità umane, quali? Ogni cultura ha definito le sue, e se non le specifichiamo, corriamo il solito rischio: ognuno ci mette dentro quel che gli pare. Diciamolo, così per provocare: durante il nazismo, suppongo che si ritenesse che il Fuehrer possedesse grandi qualità umane. Ha senso parlare di qualità in astratto?
Anche tra le nostre fila ci sono stati molti ingrati, persone che grazie al sostegno dei membri hanno acquisito posizione e prestigio, e che in cambio non hanno dimostrato nessun rispetto, nessuna considerazione per chi li ha aiutati; alcuni sono arrivati perfino a tradire l'organizzazione per proteggere i propri interessi. Benché questi individui possano per un certo periodo compiacersi delle furberie messe in atto ai danni della Soka Gakkai, una tale mancanza di fede li porta invariabilmente a una fine miserabile; ho avuto chiare prove in tal senso in questi cinquant'anni di pratica. Cosa è successo ai traditori della Soka Gakkai, hanno forse realizzato qualcosa di veramente grande? Hanno suscitato l'approvazione di qualcuno? Alla fine queste persone perdono il sostegno degli altri e restano deluse e amareggiate. Coloro che a torto credono di aver ottenuto dei risultati solo grazie al proprio impegno finiscono per deragliare dai binari della loro esistenza: gli ingrati non avranno mai successo in quello che fanno.  Questo è un classico dell'armamentario settario: le maledizioni e le fini miserabili per chi abbandona. Il Presidente ha avuto chiare prove in questi 50 anni, Nel mio piccolo, potrei citare parecchie eccezioni. Diciamo che di tutti quelli che conosco che hanno lasciato l'organizzazione, il 100% ha continuato la sua vita senza particolari problemi; può essere che qualcuno abbia incontrato difficoltà o sofferenze (chi non ne ha?). Ma direi anche che molti hanno nel tempo migliorato le proprie condizioni, non tanto perché avevano lasciato la Gakkai, ma semplicemente per i loro "normali" sforzi e "normali" vicissitudini della vita. Probabilmente sono solo eccezioni...
Chi perde di vista il proprio punto di partenza continua a cambiare direzione: per noi il punto di partenza è la fede nella Sgi, se perdiamo di vista la strada corretta da percorrere nella vita, è inutile sperare di ottenere successo, qualunque impresa intraprendiamo. Toda era molto severo con chi dimenticava i propri debiti di gratitudine. Qui si parla di fede nella SGI. Allora è vero che si è trasformata in un gruppo che ha posto se stesso come oggetto di fede? In ogni caso, grandi scuole buddhiste come Zen, Vipassana, maestri come Dhiravamsa e Krishnamurti sembrano escludere completamente che nel buddhismo vi sia qualunque tipo di fede. Certo, se chi legge ha scelto di esercitare il culto della personalità del Presidente, è un conto, altrimenti, il confronto con altre scuole di pensiero dice chiaramente che il Buddhismo NON è una fede. 
Goethe scrisse: «Nell'epoca attuale nessuno dovrebbe rimanere in silenzio o disinteressarsi». Dobbiamo avanzare coraggiosamente, andare sempre più in là. Il poeta continua: «Dobbiamo parlar chiaro e darci da fare... che si sia nella maggioranza o nella minoranza questo è assolutamente irrilevante». Ancora una citazione de-contestualizzata. Così private di riferimenti, le frasi di Goethe diventa incomprensibile o assurda.  E poi: "avanzare coraggiosamente, andare sempre più in là" che significa? Andare dove? Più in là di cosa? Anche qui corriamo il solito rischio: ognuno ci mette dentro quel che gli pare, poiché manca ogni riferimento concreto. Domanda provocatoria: i neo-patentati che "si spingono sempre più in là" (con la velocità, la guida in stato di ebbrezza, etc.) stanno applicando la "guida" del Presidente o no? Spero che il lettore onesto con se stesso voglia rispondere senza svicolare. E senza dire "ci vuole saggezza", che è un altro modo per usare una parola senza indici di riferimento.
E dice anche che non possiamo proteggerci né difenderci dalle critiche, dobbiamo essere inamovibili, e alla fine esse cesseranno. Tutti hanno il diritto di dire ciò che pensano, di prendere l'iniziativa, questa è democrazia. Questo è lo spirito che deve animare i membri della nostra organizzazione sia che ricoprano una grande responsabilità o che non ne abbiano nessuna. Goethe dice di parlare con chiarezza e senza timore, senza preoccuparci dell'opinione della maggioranza o della minoranza, o se gli altri ci criticheranno. Quando parliamo animati da questo spirito anche i nostri antagonisti ci rispetteranno. Che strano modo di intendere le critiche. Personalmente ho sempre pensato che le critiche vanno ascoltate, meditate, e messe al servizio della propria crescita. Altro che inamovibili. Che cosa è, ancora un elogio dell'ottusità? Certo che se si rimane inamovibili, le critiche cesseranno: per forza, chi ha voglia di parlare ai muli?
Citando i punti di vista di Hegel e Goethe parliamo delle verità più profonde del Buddismo, esploriamo dottrine quali il singolo istante vitale che contiene i tremila regni fino alla natura di Budda di infinita libertà, e altri principi che questo insegnamento offre; studiamo e discutiamo della saggezza delle epoche, dell'est e dell'ovest, dell'essenza del Buddismo, della vita di tutti i giorni e della società nella quale si esprime. Qui siamo nel sincretismo più selvaggio, dove Hegel e Goethe, a loro insaputa, poveretti, essendo morti, sono stati arruolati d'ufficio come testimonial buddhisti. Per far dire loro cosa? Vediamolo...
Qual è il messaggio ultimo di Hegel e di Goethe? Molto semplicemente, io credo che essi volessero dire che la cosa più importante è il nostro cuore. «Il mio intelletto e il talento vengono valutati assai di più di quanto non lo sia il mio cuore. scrisse Goethe Ma è il cuore il mio unico orgoglio, esso è la sorgente di tutto, tutta la mia forza, la mia felicità, il mio lavoro. Ogni conoscenza in mio possesso può essere acquisita, ma questo cuore appartiene a me, è solo mio». Il cuore! Il grande tormentone. Non significa assolutamente nulla, ma fa tanto new age, fa tanto "grande umanesimo", Va' dove ti porta il cuore etc. etc. Ma soprattutto: ci puoi mettere dentro qualsiasi cosa. Anch'io, queste righe le sto scrivendo col cuore. Qualcuno può realisticamente smentirmi? Nell'organizzazione si fa un gran parlare di cuore, ma sono parole, parole, parole... Matrioska di parole che tutti usano come "Thought Terminating Cliché" [alla lettera, "stereotipo d'interruzione del pensiero"].
Anche l'essenza ultima del Buddismo è una questione di cuore, il nostro spirito indomito forgiato attraverso le sfide di tutti i giorni sarà il nostro eterno tesoro, nel momento supremo della morte come nella prossima vita, per sempre splendente di una luce inestinguibile. Tutti voi state vivendo una vita assolutamente nobile, camminate sulla strada della felicità eterna, spero che siate orgogliosi di queste parole: «Il cuore è ciò che conta di più». C'è qualcosa a cui il Presidente non abbia affiancato il Buddhismo? Cuore, progresso, coraggio, fede, sguardo verso il futuro... «Il cuore è ciò che conta di più» : si può dire meno di così, lasciando intendere di dire grandi cose? Il Presidente è davvero un artista!
Vorrei ora citarvi alcuni brani dal Gosho Il comportamento del Budda. Nichiren Daishonin scrive: «Il destino del Giappone dipende esclusivamente da me. Una casa senza pilastri crolla, un uomo senza anima è morto. Io sono l'anima del popolo giapponese» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol 4, pag. 58). Dopo aver citato queste parole, nel febbraio del 1957, il presidente Toda aggiunse: «Oggi la Soka Gakkai sta propagando il Gohonzon di Nichiren Daishonin in tutto il Giappone, qualora la Soka Gakkai fosse distrutta, questo implicherebbe la fine della vera prosperità del paese. La Soka Gakkai è il pilastro e gli occhi del Giappone». Non è esagerato affermare che le sorti del Giappone adesso dipendano assolutamente dalla Soka Gakkai. Qui, all'improvviso, le cose si fanno serie. Prima cita una sortita iper-integralista di Nichiren, e vabbè, era un uomo del medioevo, pazienza. Poi rincara la dose, e dice che "le sorti del Giappone adesso dipendono assolutamente dalla Soka Gakkai". Non male, davvero. I casi sono due: o questa frase è vera, allora la Gakkai non è una grande organizzazione pacifista, ma un movimento o una lobby interessata al potere temporale su una delle superpotenze del mondo, oppure è una panzana, e allora getta nel ridicolo chi la dice. Fate un po' voi. Al tempo della mia pratica, comunque, il Presidente queste cose non le diceva; magari le pensava e le faceva, ma non le diceva.
Il funzionamento causale della Legge mistica è severo e infallibile, tutti quelli che hanno perseguitato e tradito la Soka Gakkai hanno subito e sicuramente subiranno ancora retribuzioni molto severe, se così non fosse l'insegnamento buddista sarebbe falso. Sono totalmente persuaso che sia così, l'ho sperimentato innumerevoli volte nelle dure battaglie che ho condotto per cinquant'anni impegnandomi a diffondere il Buddismo di Nichiren Daishonin e desidero lasciare questo messaggio con chiarezza a beneficio delle generazioni future. Di nuovo stramaledizioni contro chi lascia, tradisce, etc. Poi dicono di non essere una setta...
Essere buddisti significa vincere, significa dare prova concreta, Makiguchi diceva sempre che questa è la vera essenza della religione, egli era ben consapevole che fare chiarezza su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è buono e ciò che non lo è, può mettere in discussione il modo di pensare, gli attaccamenti e anche far emergere dubbi e contemporaneamente offrire un'opportunità alle persone di risvegliarsi alla verità, fare questo tipo di sforzi richiede vero coraggio e compassione. Vittoria! L'altro grande tormentone. Ovvero: come trasformare una ovvietà (una religione assicura a chi la pratica dei vantaggi di tipo spirituale o addirittura materiale) in un ritornello talmente ossessivo da divenire ansiogeno. "Vincere... E vinceremo" diceva sempre quel signore calvo...  Nel Dhammapada è scritto tra l'altro: "Meglio vincere te stesso che vincere mille battaglie contro mille uomini."
Makiguchi diceva: «Più dura è la nostra lotta più diventiamo forti e più rapida ed evidente è la prova concreta che emerge dalla nostra vita». Sento che la prova concreta dei nostri sforzi comincia a emergere rapidamente.  Ora mi sovviene che forse Makiguchi era un contemporaneo del famoso signore calvo. Che si scambiassero le frasi?
Nell'Ongi kuden (la raccolta degli insegnamenti orali), il Daishonin parla del significato del beneficio: «L'elemento ku [della parola kudoku o beneficio] significa eliminare il male, mentre l'elemento doku si riferisce alle virtù acquisite nel praticare il bene» (Gosho Zenshu, pag. 762).
Innumerevoli sono i benefici di chi combatte l'ingiustizia e sfida le forze del male che cercano di minare alla base l'insegnamento buddista, questo è il motivo per cui il Daishonin esorta con fermezza i propri seguaci a confutare gli errori, rivelare la verità e insegnare agli altri la mistica Legge, rimanendo inamovibili di fronte alle forze del male.
Credo che Makiguchi abbia dato prova nella propria vita di ricalcare l'esempio del Daishonin, facendosi attaccare deliberatamente dalle forze del male, accettando le persecuzioni, perché kosen-rufu consiste nella lotta e nel trionfo sul male. Male, bene, concetti così vaghi e mai definiti davvero. Anche qui, ognuno può riempire tali concetti con ciò che vuole.
In un altro Gosho il Daishonin afferma: «Se commisuriamo l'ampiezza del beneficio con quella della punizione, allora non può esserci dubbio che i miei seguaci godranno "di una fortuna superiore ai dieci titoli onorevoli [del Budda]"» (Gosho Zenshu, pag. 342).
Quando comprendiamo la severità della retribuzione basata sul funzionamento della Legge mistica, siamo ancor più in grado di apprezzarne la grandezza e l'immenso beneficio che deriva dal combattere le forze negative che cercano di distruggere il Buddismo. Sembra progressivamente evidenziarsi una struttura paranoica, in questa ricerca di nemici che tentano di distruggere il buddhismo...  Primo: QUALE buddhismo? Secondo: chi sono questi nemici, cosa fanno per distruggerlo? Si allude forse ai nemici della Gakkai? E, con le centinaia di scuole e tradizioni buddhiste nel mondo, è così onesto assimilare i "nemici della Gakkai" ai nemici del Buddhismo tout court?
La nazione giapponese subì terribili retribuzioni per aver perseguitato il Daishonin, in seguito perseguitò Makiguchi e Toda e come risultato fu distrutta (durante la seconda guerra mondiale, n.d.t.). Al contrario, noi membri della Soka Gakkai che realizziamo il desiderio del Budda mettendo in pratica il suo insegnamento viviamo vite luminose, ogni giorno più colme di benefici e fortuna, proprio come ci ha promesso il Daishonin, il mio invito è di continuare tutti a sfidarci con impegno ancor più grande. In questo passo si sostiene una tesi piuttosto forte: durante la II guerra mondiale il Giappone fu distrutto SEMPLICEMENTE perché aveva perseguitato Makiguchi. Anche qui i casi sono due: o il Presidente crede in questo, e allora, poveretto, soffre di paranoia e non ha il senso della realtà, oppure non ci crede, e dà a bere ai membri questa cosa, ritenendoli completamente ignoranti di storia e forse anche di geografia. 
Il Daishonin scrive: «Quando la disperazione del popolo aumenta, la nazione subisce il declino» (Gosho Zenshu, pag. 1004). Oggi la disperazione in Giappone è in continuo aumento, molti hanno perso la speranza, la direzione e il senso di ciò che fanno, segni evidenti del declino della nazione. Mi sembra di poter leggere un messaggio trasversale: la nazione è in declino perché non rispetta la Gakkai. O sbaglio?
Quasi al centro del vasto territorio sudamericano, si trova la repubblica boliviana, una delle sue città più famose è Cochabamba. (...)
Ai tempi della guerra d'indipendenza contro il colonizzatore spagnolo, le donne di questa città combatterono coraggiosamente una battaglia i cui echi si percepiscono ancora oggi. I fatti si svolsero nel maggio 1812. A Cochabamba, come in ogni altra parte del paese [chiamato allora Alto Perù], il popolo si era ribellato contro il potere coloniale che da tre secoli governava la loro terra, ma l'insurrezione fu immediatamente soffocata. Le forze spagnole, con un numero assai più vasto di milizie in confronto agli insorti, avanzarono fino ad arrivare nei pressi della città. Gli uomini di Cochabamba combatterono valorosamente ma subirono un'aspra sconfitta sotto i colpi delle truppe coloniali, così alcuni leader della sommossa decisero di accordarsi col nemico per consegnare le figure più rappresentative fra i ribelli, in cambio di una garanzia di sicurezza per la città. Quando le donne furono messe a conoscenza di questo progetto, immediatamente lo condannarono. Una di esse urlò indignata: «Se non ci sono più uomini disposti a dare la loro vita per combattere per questa terra, allora lo faremo noi donne. Combatteremo con tutti i nostri cari, così affronteremo il nemico». Il potente spirito combattivo e impavido delle donne di Cochabamba, indusse gli altri a unirsi alla lotta chiamando a raccolta il coraggio e la determinazione per combattere per la giustizia. Una sola persona può ispirarne innumerevoli altre, è sempre stato così e sarà sempre così. Donne giovani e anziane, madri con i figli con immenso coraggio raggiunsero il campo di battaglia, dove il 27 maggio cominciò lo scontro. Il numero degli spagnoli, militari addestrati, era decisamente soverchiante, ma le donne non indietreggiarono combattendo intrepidamente fino alla fine. Si racconta la storia di una donna canuta e molto in là con gli anni rimasta sul campo dello scontro al fianco di due bambini uccisi dal nemico: quando un soldato le sparò al petto, la sua risposta fu di raccogliere il sangue che sgorgava dalla ferita e di buttarglielo in faccia in un ultimo gesto di sfida. Vi furono invece uomini che scapparono dal campo di battaglia con il solo scopo di salvarsi, e i primi a darsela a gambe furono proprio quelli arroganti e autoritari. Il vero valore delle persone si rivela nei momenti cruciali: gli uomini spesso tendono a essere deboli in questi frangenti, dimostrando viltà, le donne al contrario, nei momenti di crisi tendono a essere forti, facendo mostra di grande coraggio. Ecco una delle gloriose storie di cui il Presidente è instancabile narratore. La storia è tragica e potente, e non intendo commentarla in sé. Potrebbe essere anche una storia di partigiani italiani, un esempio, comunque, di insurrezione popolare armata contro un nemico distruttore e oppressore, magari violento e spietato. Nulla da dire. Se non una perplessità: dal momento che il Presidente ha da anni arruolato d'ufficio anche Gandhi tra i testimonial SGI, forse potrebbe raccontare (e glorificare) storie un po' meno truculente, un po' meno violente, un po' più "gandhiane". No?  Tanto più che nel Dhammapada, questo sì, un importante scritto buddhista, sta scritto: "«Mi ha insultato, mi ha aggredito, mi ha ingannato, mi ha derubato.» Abbandonando questi pensieri ti liberi dell'odio. In questo mondo l'odio non può porre fine all'odio. Solo l'amore è capace di estinguere l'odio. Questa è la legge eterna."
Gli abitanti di Cochabamba non erano certo un avversario temibile per le numerose forze spagnole e furono sconfitti rapidamente. Le donne persero la vita sul campo di battaglia combattendo con valore, la grandezza del loro sacrificio, quello spirito nobile ancora sopravvive, e rimane un modello nel cuore dei boliviani. Il 27 maggio, ricorrenza di quella battaglia, viene celebrato come giorno delle madri boliviane: sulla collina dove combatterono e morirono è stata posta una statua che ne commemora il coraggio. Come buddista, nel venire a conoscenza di questo episodio avvenuto centottantasei anni fa ho provato molta commozione, e ho offerto le mie preghiere più sincere per l'eterna felicità e fortuna di quelle meravigliose donne di Cochabamba. Non c'è niente di più nobile di una persona comune che combatte con coraggio contro la tirannia, questo è il vero eroismo, la vera nobiltà. 
Di cosa abbiamo bisogno per riuscire? In primo luogo dobbiamo lavorare bene nella società, essa è il palcoscenico per kosen-rufu, quindi al di là della retorica, ciò che conta è dare prova concreta nell'ambiente in cui viviamo. Questa è la strada per la vittoria e per la prosperità di tutti i popoli del mondo intero. Il principio portante di kosen-rufu consiste nel trasformare il luogo dove viviamo nella Terra della Luce Eternamente Tranquilla, in altre parole, fare emergere dalle nostre vite il più alto potenziale possibile. "Fare emergere dalle nostre vite il più alto potenziale possibile": in pratica, uno dei tormentoni della new age e di tutti i movimenti del potenziale umano, compresi quelli distruttivi. 
Desidero riflettere con voi sulle parole di alcuni uomini famosi. Diceva Charlie Chaplin nella sua autobiografia: «Lottiamo per raggiungere l'impossibile, ricordate che ogni grande traguardo nella storia è stato raggiunto proprio quando sembrava impossibile». È proprio così, bisogna continuare a lottare anche quando sembra troppo difficile, impossibile e perfino assurdo. Scriveva il poeta indiano Tagore: Oscurità, non puoi recarmi danno! / Rocce, non potete ferirmi! / Cosa c'è da temere a questo mondo?  E, per finire, una bella sventagliata di citazioni rigorosamente private del necessario contesto, in modo da renderle manipolabili a 360°: Chaplin, Tagore, Rodin, Ibsen, Hilty, Kennedy, Emerson, Socrate, tutti arruolati d'ufficio a Testimonial del Soka-pensiero, tutti lì che, in fondo, dicevano le stesse cose. Cioè niente.
Questo è il coraggio della fede, con questo spirito cosa c'è da temere? Assolutamente nulla. 
Lo scultore francese Rodin esorta: «Ama la tua missione con passione, non esiste niente di più bello». Queste parole hanno un profondo significato. 
Il drammaturgo norvegese Ibsen, autore di Casa di bambole scrisse: «Ciò di cui si avverte veramente la necessità è la rivoluzione dello spirito umano, e nel far questo dovresti essere tra quelli che ne assumono la guida». In altre parole la rivoluzione umana è di vitale importanza, tale è la determinazione dei membri della Sgi.
Il filosofo svizzero Hilty disse: «Di tutte le caratteristiche umane, la gelosia è la peggiore, mentre la più pericolosa è la vanità, è meraviglioso sfuggire a questi due serpenti che insidiano il cuore dell'uomo». Le persone di vero valore hanno bandito vanità e gelosia dalla propria vita.
Queste parole di John F. Kennedy sono rimaste incise nella storia: «Amici americani, non chiedetevi cosa il paese può fare per voi, chiedetevi cosa potete fare voi per il paese». Tra coloro che hanno abbandonato la Sgi, vi sono stati anche alti responsabili e persone influenti nella società, il pensiero che li dominava era cosa l'organizzazione potesse fare per loro, non che cosa essi avrebbero potuto fare per essa.
Uno dei più importanti filosofi, Ralph Waldo Emerson disse: «Una delle cose più importanti, del più alto valore in assoluto è possedere uno spirito attivo, dinamico». Credo che significhi avere il coraggio di accettare le sfide, di combattere. Emerson continua: «Lo spirito attivo comprende la verità assoluta, esprime verità e la genera». La Sgi ha sempre condiviso "la verità assoluta" con gli altri.
Per concludere, vorrei citare le parole dello storico greco Senofonte, discepolo di Socrate: «Mi accorgo che chi non allena il corpo non è in grado di adempiere alla funzione che a questo sono proprie, e chi non allena lo spirito non è in grado di esprimere le funzioni che a questo appartengono». Lo scopo della nostra fede e della nostra pratica è allenare lo spirito, nella società si avverte fortemente la mancanza dell'allenamento spirituale, così le persone non sono capaci di usare il proprio spirito, e senza sforzo nello spirito non ci può essere pace, né salvaguardia della dignità umana, né creatività culturale, niente che abbia valore, impossibilitati a manifestare autentica umanità si rimane imprigionati in una dimensione di vita simile a quella animale. È per questo che dobbiamo continuare a impegnarci a sviluppare la nostra spiritualità, che essa emerga in tutti i nostri impegni, in ogni compito che ci diamo giorno per giorno.