Tuareg

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venerdì 10 maggio 2013

Volontari ai musei, polemica sul Mibac

Pubblicato su: http://www.vita.it/non-profit/volontariato/volontari-ai-musei-polemica-sul-mibac.html
Egregia signora Sara De Carli,

mio nonno materno era un contadino; mio nonno paterno era un muratore. Sono fiero delle mie origini salentine, perché posso dire che nella mia famiglia abbiamo sempre lavorato per mettere assieme il proverbiale pranzo con la cena. Ho dovuto durare lungo tempo per rassegnarmi che oggi, parafrasando don Lorenzo Milani, il lavoro non è più una virtù: è un peso, è un rischio, è un danno per l'Erario, perché dev'essere assicurato e remunerato. Povero nonno Giovanni, che lavorava per un anno intero per poi andare a vendere i suoi prodotti casearî alla fiera; povero nonno Pietro, che nella vita avrà alzati quintali di blocchi di tufo: avessero potuto vedere come sarebbe stato ridotto il loro mondo di lì a poco, sicuramente avrebbero reagito in maniera assai più energica - noi salentini siamo buoni e cari, ma siamo anche facili alla reazione quando ci vediamo presi per il naso, diciamo così.

Certo, qualcuno risponderà che il mondo è cambiato, che ci sono nuove possibilità, che bisogna essere flessibili. Sarà. Nelle mie vene scorre un sangue antico, eredità di generazioni che hanno misurato questo stesso mondo con unità molto più piccole: prima bisogna assicurare i bisogni minimi, poi si può fare il passo più lungo. Invero anche i Latini sostenevano che «primum vivere, deinde philosophare»: ci sarà stata una ragione.

Allora proviamo a vedere il mondo con queste unità di misura più piccole, appunto il «primum vivere» dei Latini: da un lato abbiamo i volontarî, che offrono la propria disponibilità per tenere aperti i musei per una notte; da un altro gli esperti, gli storici dell'arte, che attendono da anni una collocazione; da un altro abbiamo il Ministero, che evidentemente ha un problema di ordine economico; da un altro, l'ultimo suppongo, abbiamo la cosiddetta "utenza", che però sarebbe meglio chiamare "clientela" anche in ossequienza agli ultimi orientamenti politici ed economici.

Mi domando «cui prodest», a chi convenga quest'effimera apertura: sicuramente non conviene ai volontarî, che prestano la propria opera in via del tutto gratuita; sicuramente non conviene agli esperti, che si trovano impediti a svolgere la propria professione; sicuramente conviene poco ai cittadini, che quando giungessero al museo troverebbero il sorriso del volontario, ma continuerebbero a guardare gli oggetti esposti con l'enigmatico sguardo di chi ha vergogna di chiedere una qualsiasi informazione, per la paura di fare chissà quale brutta figura.

Avrei voluto indagare sull'eventuale convenienza del Ministero; ma da quando un ex ministro (dell'economia, ma sempre di un ministro stiamo parlando) ha sostenuto che «con la cultura non si mangia», è chiaro che la politica si fa beffe di qualsivoglia convenienza culturale: anche il caso della Domus Gladiatores a Pompei diventa privo di difese, e s'inquadra nella stessa filosofia. Qui finisce il mio sproloquio: perché mi sembra davvero banale provare ad analizzare, ed eventualmente giustificare, le azioni della casta, come ultimamente qualcuno sta identificando una certa stratificazione della società. Quella stessa stratificazione ha tentato (malamente) di giustificarsi, sostenendo che «non può esserci un taglio indiscriminato delle risorse pubbliche, ancora essenziali nel settore, ma neppure una irragionevole chiusura all’apporto dei privati». Chi vuole intendere, intenda.

Mio nonno paterno è morto che avevo sette anni, mio nonno materno prima ancora che nascessi: tuttavia i loro insegnamenti sono giunti fino a me. Uno dei più importanti è che «nessuno si preoccupa per te: chiunque si avvicina, lo fa per un interesse. Sta a te valutare se quest'interesse sia legittimo, o abusivo». Ora, o qualcuno mi spiega - per filo e per segno, ché io sono stupido - la "sinergia" che si realizzerebbe con l'uso del volontario per aprire i musei per una notte (e senza chiacchiere: il volontario che «più di tutti vive la cittadinanza e quindi può avvicinare le persone ai beni culturali, in un rapporto familiare e amichevole con le bellezze di un territorio, che dovresti sentire come un pezzo di casa tua» è un vuoto pneumatico degno del peggior oratore), oppure dovrò rimanere con la convinzione che si sia trattato dell'ennesima, inutile, grandissima carnevalata.

La signora Maria Pia Bertolucci spieghi chi mai pagherebbe un biglietto d'ingresso per vedere anonimi pezzi di marmo, invece che recarsi in pizzeria; dove si formi quel rapporto familiare e amichevole (!) con le bellezze di un territorio, laddove la scuola è sottoposta a continui, inesorabili, devastanti tagli - altro che riforme; chi mai potrebbe sentire un reperto archeologico come un pezzo di casa propria, se nessuno gli spiega chi l'ha fatto, come, quando e soprattutto perché. Io sono innamorato della mia terra: l'insegnamento di quest'amore è cominciato che ero piccolo, con i racconti degli adulti, ed è continuato [fino a] oggi, quando vado cercando le canzoni in greco salentino - che mi tocca leggere con la traduzione, ché il greco mi è ostico poco meno dell'arabo; pure la passione mi brucia, perché quella lingua è parlata lì da prima della nascita di Gesù Cristo, se è vero che alcuni elementi grammaticali siano addirittura dorici.

È vero, con la cultura non si mangia; ma senza si muore, perché muore quella parte di noi che ci rende vivi anche tanti anni dopo essere deceduti. Sarebbe forse il caso di smettere questo protocollo fatto solo di bilanci in attivo, interessi maturati e indici di borsa; e tornare a mangiare le freselle col pomodoro, l'origano, il sale e l'olio d'oliva. Ne gioverebbe anche l'anima, oltre che il fisico: glielo garantisce un contadino vissuto tanto tempo fa. Per tornare in argomento: finiamola con i tagli alla cultura, togliamo i soldi dalle banche e assumiamo chi, con tanta passione e professionalità, potrebbe davvero curare le radici di questo Paese; perché, per dirlo con le parole di un grande giornalista, Indro Montanelli, «un Paese che ignora il proprio ieri, di cui non sa assolutamente nulla e non si cura di sapere nulla, non può avere un domani».

Stefano